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50 anni per gli esponenti dei Fragalà

Le motivazioni della condanna al clan: «Seminò il terrore tra Pomezia e Ardea»

Il clan Fragalà di Pomezia è un'organizzazione mafiosa. E a spiegare il perché  è il giudice per l'udienza preliminare del Tribunale di Roma, Claudio Carini, in 160 pagine di motivazioni della sentenza con cui ha condannato, per un totale di oltre 50 anni di reclusione, sei imputati nel processo denominato "Equilibri", che hanno scelto di farsi giudicare con rito abbreviato dopo gli arresti compiuti due anni fa dai carabinieri del Ros. Per l'Antimafia di Roma, l'organizzazione criminale avrebbe seminato il terrore tra la capitale, Pomezia e Ardea, e il giudice Carini ha condannato Vincenzo D'Angelo a 14 anni di reclusione, Emiddio Coppola a 10 anni, Renato Islami a 8 anni e 4 mesi, Francesco Loria a 7 anni e 4 mesi, Enrik Memaj a 7 anni, e Manolo Mazzoni a 7 anni, prosciogliendo il romano Luciano Marianera, essendo già stato giudicato per gli stessi fatti, e assolvendo Karim Pascal Reguig. Secondo il magistrato, le indagini hanno provato "l'esistenza di un associazione criminale imperniata sul clan Fragalà". Un'associazione mafiosa, ritenendo provato "che il clan Fragalà ha agito nel tradizionale settore delle estorsioni ma anche in altri campi di azione quali il traffico di stupefacenti", e che "tutti i delitti sono stati commessi facendo valere la forza notoria nell'ambiente circostante e nel territorio di riferimento del vincolo associativo mafioso sui poggia la famiglia Fragalà, strumento di intimidazione usato per impaurire le persone offese, scoraggiandole dall'intraprendere qualunque iniziativa oppositiva e indurle a rassegnarsi all'acquiescenza, ma anche per intimidire i possibili rivali i quali sanno di doversi preparare se vogliono resistere ad un duro scontro e quasi sempre accettano con favore o addirittura auspicano l'intermediazione di personaggi influenti che garantiscano una pacifica soluzione dei conflitti". Un'organizzazione che avrebbe cercato di piegare ai propri interessi pure l’amministrazione comunale pometina e che avrebbe mantenuto stretti rapporti con la camorra casalese, la mafia siciliana dei catanesi Santapaola e Capello, e i Fasciani di Ostia. Tutto gestito da un triumvirato composto dal 61enne Alessandro Fragalà, il nipote 41enne Salvatore Fragalà, e Santo D’Agata, di 61 anni. Il processo principale è in corso a Velletri, ma il giudice Carini ha evidenzato anche che, a riscontro dell'affiliazione mafiosa di Salvatore Fragalà, è stato sequestrato a casa dei genitori un documento scritto da lui, con una formula rituale di affiliazione a un sodalizio mafioso di origini catanesi: "Sette cavaglieri di mafia si riunivano nella fortezza a Catania, fecero un giuramento di sangue e lo depositarono in una damigella fina e finissima e lo nascosero nella fortezza. Guai chi lo scoprirà. Da una a sette coltellate alla schiena verrà colpito. E' tra noi ad un giovane onorato, passato al rango superiore di picciotto e mafioso. Giura di dividere centesimo per millesimo a questa società e guai se porterà infamità. Sarà a discarico della società e a carico del compare. A questo punto faccio il giuramento di sangue. Bacio la fronte a tutti i componenti di cui sono presenti nella formula la funzione di officiante. Battezzo questo locale come lo battezza Salvatore Fragalà, la scimmia".

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