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Parlano i collaboratori di giustizia

In aula 20 anni di storia criminale di Latina: i casi irrisolti di cronaca nera

Ci sono i rapporti con la politica, le estorsioni più recenti e poi c'è la storia strettamente criminale. Dall'omicidio di Ferdinando Di Silvio detto Il Bello, nel 2003 a Capoportiere, alla gambizzazione dell'attuale pentito Agostino Riccardo, dall'uccisione di Massimiliano Moro al duplice tentato omicidio al Circeo, nel processo "Alba Pontina" si stanno scrivendo capitoli della nera pontina rimasti nel tempo bruscamente interrotti, con indagini che non sono mai arrivate a chiarire esattamente movente ed esecutori di inquietanti episodi che hanno destato profondo turbamento. Fatti che vengono ricostruiti ancora una volta dai collaboratori di giustizia, lo stesso Riccardo e Renato Pugliese. Storie di malavita che sembrano destinate a far rispolverare qualche vecchio fascicolo e forse a far risolvere quelli che gli investigatori definiscono cold case, ma anche a gettare ulteriore luce sulle piazze di spaccio nella seconda città del Lazio. Pugliese, figlio di Costantino Cha Cha Di Silvio, affermando di aver fatto delle soffiate alla Mobile utilizzate nell'inchiesta Don't Touch in cui venne arrestato anche il padre, ha specificato di aver scelto di collaborare perché "più di qualcuno" lo voleva morto e non voleva fare la fine del suo amico Massimiliano Moro. Proprio per quanto riguarda l'omicidio Moro, nel 2010 in Q4, il pentito ha quindi sostenuto che la vittima nel 2009, dunque un anno prima della cosiddetta guerra criminale, aveva offerto a lui "di sterminare i Ciarelli" e ha confermato che nel gennaio 2010 a cercare di uccidere Carmine Ciarelli, anche se poi da tale accusa è stato assolto, era stato Gianfranco Fiori, specificando di aver saputo da Pasquale Di Silvio chi come risposta a quell'agguato uccise Moro e "come stavano le cose". Pugliese ha aggiunto che Moro "aveva un debito con Carmine Ciarelli e questo debito ammontava a più di 120mila euro". "Vengo a conoscenza - ha dichiarato - di un episodio che Carmine Ciarelli dà uno schiaffo a Massimiliano Moro. Massimiliano Moro si voleva vendicare ed avrebbe voluto uccidere. Lui voleva sterminare tutti quanti per poi prendersi tutto quello che era il giro di Latina, solo che il problema, tra virgolette, è che quando Fiori spara a Carmine Ciarelli a Pantanaccio, lo lascia in vita". Sia Pugliese che Riccardo parlano poi dell'uccisione a Capoportiere di Ferdinando Di Silvio e il primo tira in ballo Carlo Maricca: "La doveva pagare per quello che avevo fatto in precedenza". Riccardo, nonostante non avesse mai denunciato Moro, ha invece svelato che a gambizzarlo nel 2006 sarebbe stato proprio Moro, per un litigio che il pentito aveva avuto con il nipote della vittima dell'omicidio in Q4. Ha inoltre aggiunto che poi ci fu un incontro a casa di Ermanno D'Arienzo, detto Topolino. "Mi incontrai a Sabaudia, nella casa di Ermanno D'Arienzo - ha sostenuto - io, Massimiliano Moro e Ermanno D'Arienzo. Ermanno D'Arienzo gli disse, ma potevi evitare di sparagli ad Agostino, Agostino è un bravo ragazzo. Moro gli disse: se lo avesse fatto a tuo nipote? Ermanno D'Arienzo gli disse: L'avrei fatto pure io, gli avrei sparato in testa. Non denunciai l'esecutore materiale, perché ero un ragazzo in mezzo alla strada ed in mezzo alla strada non si faceva l'infame". Infine la conferma da parte di Riccardo che a sparare al Circeo quattro anni fa sarebbe stato Zof, precisando che non era la prima volta che quest'ultimo sparava. E sul tentato omicidio subito da Zof? Per i pentiti Ferdinando Pupetto Di Silvio lo gambizzò perché si contendevano la stessa donna e poi i due si sarebbero chiariti a casa di Armando Di Silvio. Venti anni di storia criminale ricostruiti in un'aula di tribunale.

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