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L'editoriale del Direttore

Ancor più dei vaccini, dal virus ci salva il rispetto FOTO

Il simbolo di questa pandemia, nel bene e nel male, è senz’altro la mascherina. Serve? Non serve a nulla? Fa male? È indispensabile? Ognuno ha una propria opinione, ma cercando di non farsi travolgere dalla tempesta di informazioni vere o false alimentate dai social, è utile soffermarsi su alcuni dati oggettivi, riscontrabili al di là della propria convinzione. Innanzitutto parliamo della mascherina tipo ‘chirurgica’, quella più leggera, di solito di un colore celestino, che fino all’anno scorso eravamo abituati a vedere solo nelle scene dei telefilm ambientate in sala operatoria. Tutti gli studi (da quelli dei produttori a quelli dei laboratori universitari) sono ormai concordi nell’affermare che non protegge molto chi la porta, filtrando soltanto un 20% circa degli eventuali virus che rischiamo di inalare, ma, allo stesso tempo, blocca fino al 95% dei virus che chi è positivo può spargere con uno starnuto o un colpo di tosse. Se tutti la usassero bene, la mascherina chirurgica basterebbe quasi da sola a difenderci dalla presenza del virus nell’aria, soprattutto nei luoghi chiusi. E se di virus nell’aria ce n’è il 95% di meno, anche se si diventa positivi, il fatto di entrare in contatto con una carica virale più o meno ‘leggera’ può fare la differenza (vitale) tra l’essere asintomatico o finire nelle sale di rianimazione. Proprio alla luce di questi dati i più agguerriti sostenitori della mascherina dovrebbero essere coloro che non credono nel vaccino. Portare sempre e bene la mascherina riduce il rischio soprattutto per gli altri: se la portiamo tutti ci salviamo a vicenda. Portare sempre e bene la mascherina è un segno di rispetto verso gli altri: se vogliamo essere rispettati, dobbiamo innanzitutto essere noi a rispettare gli altri.


Perché in Corea del Sud non c’è una seconda violenta ondata?

Vi ricordate i dati della prima ondata iniziata a gennaio? I paesi più colpiti furono quelli vicino alla Cina, ovvero Giappone e Corea del Sud, poi l’ondata arrivò in Europa, partendo proprio dall’Italia. A quasi un anno di distanza, se leggiamo i numeri dei contagiati, salta agli occhi un dato importante: per ogni 100.000 abitanti, l’Italia registra 2.010 contagiati, la Corea del Sud 57 (dati aggiornati al 16 novembre). E se vediamo i dati di altri paesi europei come Francia o Gran Bretagna, il divario con la Corea è ancora maggiore, per non parlare poi di Brasile e Stati Uniti. È chiaro che non c'entra nulla la razza, né il clima o la longitudine: quello che ha fatto e fa oggi la differenza sono le scelte dei governi e soprattutto i comportamenti della popolazione. Sicuramente influisce la cultura del rispetto verso la propria identità nazionale, sentita come un obbligo d’onore nei paesi dell’estremo oriente, con i coreani che la mascherina l’hanno indossata tutti e bene, che hanno rispettato davvero le quarantene e le distanze sociali loro imposte. Ma vincente è stata anche la scelta del governo coreano di sacrificare la privacy per salvare le vite umane e la propria economia. La Corea del Sud ha capito infatti che per bloccare la diffusione del virus doveva individuare immediatamente i positivi per bloccare la catena dei contagi. È ricorsa a sistemi di ‘big data’: con una app che i coreani, a differenza di noi italiani, hanno scaricato tutti, e con il tracciamento dei movimenti dei cittadini anche attraverso le carte di credito e ogni mezzo elettronico che lo permettesse. Chiunque avesse avuto un contatto stretto con un positivo è stato così immediatamente isolato in quarantena. La popolazione ha approvato e appoggiato queste scelte. Il risultato è che la Corea del Sud non è dovuta ricorrere a nessun lockdown e non ha in corso una seconda violenta ondata come in Europa.


 

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