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50 anni di carcere in totale

Alba Pontina: la Corte d'Appello riduce le condanne per i Di Silvio

Quella dei Di Silvio di Campo Boario era mafia, ma non avevano messo in piedi anche un'organizzazione criminale impegnata nel narcotraffico, limitandosi al semplice spaccio di droga. Con questa convinzione, confermando l'accusa di mafia appunto, la Corte d'Appello di Roma ha solo ridotto le condanne per i nove imputati del processo denominato "Alba Pontina" che hanno scelto di farsi giudicare in abbreviato. Per loro un totale di 50 anni di carcere a fronte dei 74 inflitti in primo grado. In appello ridotte dunque le condanne, per i figli del presunto boss Armando "Lallà" Di Silvio: da 17 anni e 4 mesi di reclusione a 12 anni e mezzo per Gianluca detto “Bruno”, da 16 anni e 8 mesi a 11 anni e 10 mesi per Samuele e da 16 anni e mezzo a 10 anni e 8 mesi per Ferdinando “Pupetto”. Ridotte poi le condanne da 4 anni e 4 mesi a 3 anni e 4 mesi per Gianfranco Mastracci, da 5 a 4 anni per Daniele “Canarino” Sicignano, da 4 anni a 2 anni e 2 mesi per Valentina Travali, da 4 anni e 2 mesi a 2 anni e 4 mesi per Mohamed Jandoubi e Hacene Hassan Ounissi, e da un anno e 10 mesi a 1 anno e 4 mesi per Daniele Coppi. “Questa è la storia di Latina degli ultimi venti anni”, aveva specificato nelle motivazioni della sentenza di primo grado il giudice per l'udienza preliminare del Tribunale di Roma, Annalisa Marzano. Un processo scaturito dalle indagini della squadra mobile di Latina sul gruppo di "Lallà", tra estorsioni, usura, intestazione fittizia di beni, traffico di droga e corruzione elettorale. E a ricostruire "la storia" molto hanno contribuito i pentiti Renato Pugliese e Agostino Riccardo. Quello dei Di Silvio di Campo Boario, sempre per il giudice Marzano, sarebbe stato un “clan strutturato su base territoriale”, in una città “strategica negli affari illeciti”, dove la collettività sarebbe “assoggettata all’egemonia dell’associazione che è indubbiamente di tipo mafioso”. Ancora: “Nella lotta per la supremazia criminale nel territorio di Latina, le famiglie rom decidevano di mostrare le proprie capacità delinquenziali, ricorrendo ad azioni dall’elevata potenzialità offensiva, idonee a rappresentare alla popolazione latinense l’indiscusso potere egemonico e intimidatorio della cosca che, evidentemente, poteva contare anche sulla disponibilità di armi comuni da sparo”. Le prime tracce di mafia, secondo il giudice Marzano, sarebbero evidenti negli stessi pestaggi compiuti nel 2010 nelle stalle dei Di Silvio. Poi il clan, sia a Latina che a Terracina, avrebbe “esteso la propria influenza anche nelle campagne elettorali”. E nel capoluogo pontino lo avrebbe fatto occupandosi dell’affissione di manifesti per conto di Noi con Salvini. Un elemento che mostra come l’organizzazione fosse “capace di controllare il territorio anche influenzando il voto della comunità locale. Con attacchinaggio e compravendita di voti. Un gruppo insomma “capace di una straordinaria forza intimidatrice, che ha assoggettato intere categorie di professionisti e di imprenditori locali”. Tra novanta giorni le motivazioni anche della sentenza emessa dalla Corte d'Appello di Roma.

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