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La storia di Martina, 30enne, di Aprilia

La testimonianza dell'infermiera“Vi racconto il virus in piena zona rossa” FOTO

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"Gli infermieri in reparto Covid indossano 3 guanti, 2 cuffie, la mascherina, il filtrante facciale, gli occhiali"
"Gli infermieri in reparto Covid indossano 3 guanti, 2 cuffie, la mascherina, il filtrante facciale, gli occhiali"
MARTINA CUCUZZELLA - Infermiera, 30 anni di Aprilia, ha lasciato il suo lavoro nella clinica di Casal Palocco per il policlinico Sant'Orsola di Bologna
MARTINA CUCUZZELLA - Infermiera, 30 anni di Aprilia, ha lasciato il suo lavoro nella clinica di Casal Palocco per il policlinico Sant'Orsola di Bologna

In meno di 24 ore la vita può cambiare. Lo sa bene Martina Cucuzzella, infermiera strumentista 30enne di Aprilia, che da un giorno all’altro si è trovata catapultata in piena zona rossa. Martina ha fatto una scelta coraggiosa: ha lasciato l’istituto clinico di Casal Palocco per trasferirsi a Bologna e lavorare al Policlinico Sant’Orsola per fare la propria parte nella battaglia contro il Coronavirus. 

Martina, come stanno gestendo l’emergenza Coronavirus a Bologna. C’è differenza con il Lazio?
“Qui a Bologna la situazione è nettamente più complicata rispetto al Lazio. La percezione del rischio di contagio è molto più forte. Appena arrivata lavoravo nella sala operatoria di Ginecologia e Ostetricia, avevo a che fare con le mamme in preda al panico per il Coronavirus. Dopo poco mi hanno trasferita al reparto di Sub intensiva Covid19, per svolgere un lavoro ben diverso. Noi infermieri ce la stiamo mettendo tutta, facciamo turni estenuanti, ma siamo pochi: un infermiere ogni 12 pazienti non basta infatti a fronteggiare tutte le emergenze e dare i servizi ai pazienti. Fortunatamente funziona il lavoro di squadra, ci diamo sostegno e aiuto reciproco durante i lunghissimi turni”, racconta Martina che si è sentita subito ben accolta dai colleghi. “Per adesso non abbiamo carenza di personale perché hanno assunto anche neolaureati pur di incrementare l’organico dell’ospedale: giovanissimi con poca esperienza, ma con tanta grinta. È fondamentale però che ci facciano il tampone, soprattutto perché molti potrebbero essere asintomatici e infettare inconsapevolmente pazienti e colleghi”. 

Avete dispositivi di protezione individuale adeguati in ospedale?
“Per ora abbiamo i dispositivi di sicurezza contati. Abbiamo da poco ricevuto le tute integrali, quelle che ci fanno sembrare degli astronauti: così ci sentiamo sicuramente più protetti. Ogni 15 giorni ci fanno test sierologici: ci monitorano per vedere chi entra a contatto con il virus. Se non si tutela prima di tutto chi cura, medici e infermieri, il sistema va inesorabilmente in crisi. Noi non siamo eroi, facciamo solamente il nostro lavoro, ma abbiamo tutto il diritto di proteggerci e lavorare in totale sicurezza, senza mettere a rischio la nostra vita”.

Come funziona un reparto Covid19?
“Per accedere al reparto di sub intensiva Covid19, noi dobbiamo coprirci dalla testa ai piedi: indossiamo 3 guanti in lattice, 2 cuffie, un camice cerato dal collo al ginocchio, il filtrante facciale, la mascherina chirurgica, lo scudo oculare o gli occhiali e ai piedi calzari di plastica per coprire le scarpe. Con questa “armatura” non puoi toccarti il viso, andare in bagno e uscire dal reparto “rosso”: così non puoi resistere più di 3 ore, poi un collega deve necessariamente sostituirti. Nel Lazio alcuni miei colleghi sono costretti a restare così anche per 6-7 ore di seguito”.

In un contesto così emergenziale, c’è ancora un po’ di umanità?
“Sicuramente ovunque infermieri e medici sono stressati e stanchi. Ma il lato positivo del lavoro in reparto, rispetto alla sala operatoria, è proprio aver ritrovato il lato umano, sia nei colleghi che nei pazienti. Ogni giorno dobbiamo prenderci cura dei contagiati, somministrare la terapia, controllare le flebo e dare conforto. Un giorno ad esempio, dopo aver somministrato la terapia, ho dato una carezza a un paziente completamente immobilizzato, lui per tutta risposta mi ha preso la mano e mi ha dato un bacio. Ammetto di aver a stento trattenuto le lacrime”.

A Bologna seguono le regole del lockdown?
“Qui le persone sono attente a indossare sempre mascherina e guanti e chi non lo fa si tiene comunque a giusta distanza, i negozi e i bar sono chiusi, ci sono posti di blocco e controlli ogni giorno. In fila al supermercato è diverso però: non tutti sono contenti di far passare avanti infermieri e  medici, anche se hanno staccato da un turno di 12 ore. Di questo mi rammarico, poiché noi abbiamo i minuti contati e un piccolo gesto di umanità ci scalda il cuore, ci farebbe capire che il nostro sacrificio è apprezzato”.  

Cosa pensi possa cambiare dopo il virus nel SSN?
“Sicuramente questa pandemia ha dimostrato quanti danni hanno causato i continui tagli alla sanità pubblica negli anni. È palese che non eravamo pronti ad affrontare un tale virus: ad esempio in Germania sono coperti con i posti di terapia intensiva, noi abbiamo dovuto attivare un lockdown totale proprio per evitare di sovraffollarli. Spero che dopo questa situazione si rifletta di più sul valore del nostro lavoro e sull’importanza della salute pubblica”. 

Laura Alteri

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