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Borgo medievale, dopo lo stop ai lavori

Pratica di Mare: la versione dei Borghese emerge dalle carte del ricorso al Tar FOTO

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IL NODO DELLA VIABILITÀ INTERNA 
Il Catasto ha scritto che la Nova Lavinium non ha fornito un titolo legale di proprietà
IL NODO DELLA VIABILITÀ INTERNA Il Catasto ha scritto che la Nova Lavinium non ha fornito un titolo legale di proprietà
LA MAPPA INVIATA DA CITTÀ METROPOLITANA AL COMUNE
La ex Provincia ha risposto che la viabilità interna del borgo (...) non risulta di proprietà della Città Metropolitana di Roma Capitale
LA MAPPA INVIATA DA CITTÀ METROPOLITANA AL COMUNE La ex Provincia ha risposto che la viabilità interna del borgo (...) non risulta di proprietà della Città Metropolitana di Roma Capitale

C’era un grande assente nel dibattito in corso tra politica, associazioni e amministrazione comunale sulla riapertura del Borgo di Pratica di Mare, una vicenda che recentemente ha visto anche alcune battute di stampo giudiziario con una recente ordinanza del tribunale amministrativo del Lazio. Il cosiddetto convitato di pietra, in questo caso, è proprio chi ha messo nell’arco d’ingresso del borgo medievale un cancello di ferro: la società Nova Lavinium srl, riconducibile alla famiglia Borghese, che del borgo risulta essere proprietaria e che aveva avviato un cantiere per il restauro conservativo del complesso, vincolato e sottoposto a tutela da parte della Soprintendenza.

Fino ad oggi la Nova Lavinium – certa di essere l’unica titolare del diritto di proprietà sull’intero complesso racchiuso tra le mura, aree cortilizie e viarie comprese – non ha mai espresso pubblicamente le proprie ragioni, sostenute però di fronte ai giudici del Tar del Lazio con un ricorso che chiedeva l’annullamento e la sospensiva di recenti atti del Catasto e del Comune di Pomezia a causa dei quali la società è stata costretta a interrompere momentaneamente i lavori in corso. Le richieste della srl sono state respinte dal tribunale, che ritiene che sia necessario discutere il merito della questione in maniera più approfondita, ma il Caffè ha potuto consultare il contenuto del ricorso presentato dai legali della Nova Lavinium. Venticinque pagine in cui vengono ricostruiti passo per passo i motivi per cui la famiglia Borghese ritiene di poter dimostrare di essere senza ombra di dubbio l’unica a poter vantare sull’intero complesso del Borgo diritti da proprietaria. In attesa degli sviluppi giudiziari e amministrativi della vicenda, che ruota in particolare intorno alla definizione dello status pubblico o privato delle aree interne non edificate, i lettori del Caffè possono ora, per la prima volta, sapere qual è la versione dei fatti della Nova Lavinium.

IL RICORSO DEI BORGHESE
La storia ha inizio nel XVII secolo, anno 1617, quando il principe Camillo Borghese acquista dalla famiglia Massimo il “Castello di Pratica”, ossia – scrivono gli avvocati della Nova Lavinium – l’intero borgo. Un’eredità che attraverso i secoli arriverà alla principessa Maria Monroy Lanza, vedova Borghese, la quale a sua volta, nel 1961, trasferirà l’intera Tenuta di Pratica di Mare, compreso il Borgo, alla società Anonima Lavinium, dal 1990 denominata “Nova Lavinium”. Un salto temporale di 56 anni ci porta al 2017, quando la società presenta all’Ufficio del Catasto (“per il tramite del Comune di Pomezia”, si legge nel ricorso) domanda di aggiornamento catastale “derivante dal frazionamento e dall’attribuzione di autonoma particella alle corti interne del Borgo, indentificate nell’istanza come ‘strade interne’”. Si tratta di un atto che per la Nova Lavinium era propedeutico per iniziare dei lavori di resturo della pavimentazione cortilizia all’interno del Borgo di Pratica di Mare. Il Catasto approva il frazionamento e il nuovo accatastamento; i lavori iniziano, ma due anni dopo “del tutto inaspettatamente e senza alcun preavviso” il Catasto comunica alla Nova Lavinium il “ripristino della situazione pregressa (…) avendone constatato la sottoscrizione in assenza di titolo legale di proprietà”.
In aggiunta, il Catasto – interpellato dal consigliere comunale Stefano Mengozzi e dall’associazione La Lente, che tra l’altro i Borghese hanno chiamato in giudizio nel ricorso al Tar come controinteressati, perché primi promotori di istanze rivolte al Catasto per l’annullamento del frazionamento – nella lettera inviata a ottobre 2019 sottolineava che “tali sedi stradali risultano, invece, già ricomprese nelle Mappe del Vecchio Catasto (n. 118) e del Nuovo Catasto Terreni (Originale d'Impianto n. 6) oltre che nei Registri di Partita, in consistenza della partita speciale Strade Pubbliche”.  
A cascata, il pronunciamento dell’ufficio del Catasto spinge il Comune di Pomezia a bloccare i lavori in corso all’interno del Borgo, senza però richiedere la rimozione del cancello all’ingresso. Inizia qui la partita giudiziaria intentata dalla Nova Lavinium, che questa settimana ha ricevuto una battuta d’arresto con un primo respingimento del ricorso.

LA RICOSTRUZIONE DELLA STORICA
Secondo quali atti e documenti la Nova Lavinium si ritiene titolare delle aree cortilizie interne al Borgo, comunemente denominate come strade? Di primo acchitto, la srl ripercorre i documenti e le dichiarazioni degli enti stessi, secondo i quali né il Comune né la Città Metropolitana di Roma Capitale (proprietaria della strada provinciale Pratica di Mare, sulla quale affaccia il Borgo) ne siano proprietari. Entrambi gli enti hanno dichiarato di non avere documenti che accertano che le aree interne del borgo appartengano al patrimonio istituzionale; questo per i Borghese è la prova che esclude la proprietà pubblica: “non esiste – scrivono nel ricorso presentato al Tar – alcun documento probante la proprietà pubblica delle strade interne al borgo”. La società passa poi a sostenere le proprie ragioni e allega al ricorso una relazione storica a firma della dottoressa Nicoletta Cassieri (autrice di saggi sul museo archeologico di Formia e sulle Grotte di Tiberio a Sperlonga) in cui il Borgo di Pratica di Mare viene definito “un complesso edilizio unitario, racchiuso nelle mura e ben delimitato, come si addice a una proprietà privata nobiliare”.
Mentre il consigliere Mengozzi e l’associazione La Lente facevano notare come, nel Vecchio catasto dei terreni del Comune di Pomezia, gli spazi interni non edificati del borgo e la strada provinciale 104/b erano colorati di arancione, come se fossero la continuazione gli uni dell’altra, la Nova Lavinium ripesca il Catasto Gregoriano del 1835, consultato dalla Cassieri, nel quale “l’intero complesso del borgo (…) - era – uniformemente campito in colore marrone grigio-chiaro e delimitato da una linea continua che non si interrompeva nemmeno in prossimità dell’unico accesso al borgo (corrispondente anche all’accesso attuale)”.

IL BORGO COME “FABBRICA RURALE”
La storica Cassieri ha ricostruito l’origine del Borgo di Pratica di Mare definendolo una “fabbrica rurale”, ovvero un complesso di campagna in cui i lavoratori alle dipendenze del proprietario abitavano in case attigue al castello. “Quei cortili, recinti di muro, orti e giardini annessi alle fabbriche rurali, che per la piccolezza della loro estensione non sono stati distinti in mappa originale con numero particolare – scrive la studiosa - verranno considerati nella graduazione come le fabbriche a cui appartengono (…) perché considerati annessi della fabbrica rurale a cui appartengono”. Un estratto che è funzionale per la Nova Lavinium al fine di dimostrare che il borgo medievale è da considerarsi un “unicum”.  Sempre secondo il ricorso, “la rappresentazione grafica del Catasto Gregoriano è poi passata, sostanzialmente identica (…) al Nuovo Catasto Urbano del 1939”.

«NESSUN ENTE PUBBLICO HA MAI FATTO MANUTENZIONE»
Uscendo dai manuali di storia, la società passa ad analizzare aspetti più pratici. Perché, se le strade del Borgo non sono private, quando nel 1999 esso è stato vincolato dal Ministero nella sua interezza, come bene di interesse storico, sono state seguite le procedure relative ai “privati proprietari” e non quelle per il patrimonio pubblico? E ancora, per quale ragione la Soprintendenza ha concesso alla srl l’autorizzazione, nel 2016 e nel 2017, a effettuare lavori di manutenzione e in seguito di riqualificazione del borgo, senza che neanche il Comune di Pomezia avesse nulla da eccepire in merito? “Né, men che mai, alcun Ente pubblico si è occupato della manutenzione delle aree asseritamente pubbliche”, è la stilettata finale della Nova Lavinium. “Se il Comune avesse avuto, a suo tempo, dubbi in merito (…) avrebbe dovuto attivare i propri poteri di verifica in maniera tempestiva”, sostengono, mentre lo stop ai cantieri è avvenuto ben due anni dopo. 


L'APPROFONDIMENTO COMPLETO sul numero cartaceo de il Caffè di Ardea e Pomezia di questa settimana.

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