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Giudici: "I clan si spartiscono Roma"

‘Mafia Capitale’ non c’era, ma a Roma la mafia non manca

Mafia Capitale non era mafia. Lo ha stabilito due anni fa la Cassazione, derubricando a semplice associazione a delinquere i legami all’interno del sistema Buzzi-Carminati e emersi dall’indagine “Mondo di Mezzo”. Eppure clan e malavita nella Capitale non mancano, visto che la città eterna  costituirebbe un «laboratorio criminale» in cui convivono diverse associazioni criminali che si suddividerebbero il territorio «secondo una logica di spartizione degli interessi».  A scriverlo – anzi, a ribadirlo nell’ennesima relazione – è niente meno che la Direzione Investigativa Antimafia (Dia), una costola del Ministero dell’Interno, nell’ambito della relazione semestrale presentata dal Ministero al Parlamento a fine gennaio. Delle quasi settecento pagine del documento, venti sono dedicate all’universo criminale dell’Urbe che da un lato annovera le cosiddette «mafie autoctone»: ossia i Casamonica, gli Spada i Fasciani e i Di Silvio. Dall’altro le «mafie tradizionali»: Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Camorra, Sacra Corona Unita. Quest’ultime si sarebbero servite delle famiglie locali «per intessere relazioni e rapporti affaristici di reciproca convenienza», scrive l’organismo interforze del Ministero dell’Interno.

LA RETE DI INTERESSI

Sostanze stupefacenti, usura, estorsioni, fino al racket del gioco d’azzardo. E ancora attività commerciali – da ristoranti a negozi – e il tuffo nel campo delle acquisizioni immobiliari e dell’edilizia. È la rete di interessi su cui hanno poggiato i tentacoli.  Con alla base «rapporti che – recita la dettagliata disamina tecnica della Dia di Roma – non possono prescindere da una rete di professionisti e di pubblici funzionari compiacenti e necessari per la gestione e il reinvestimento dei capitali mafiosi». Passaggio, quest’ultimo, in riferimento allo «sviluppo di una “criminalità dei colletti bianchi”  che, attraverso prestanome e società fittizie, sfrutta il contesto per riciclare e reinvestire capitali illeciti». Quello della politica sarebbe dunque il ‘capo’ della filiera. Su cui avrebbe messo le mani soprattutto Cosa Nostra, che evidenzia «una spiccata capacità nell’individuare le collaborazioni più proficue anche con il mondo politico ed istituzionale».

LE MAFIE LOCALI

Il grimaldello per scardinare le porte del tessuto romano sarebbe rappresentato proprio dai gruppi criminali locali. Tuttavia, l’anno che è appena trascorso, ha visto susseguirsi una serie di sentenze che costituiscono un punto di snodo per la lotta a quella che sarebbe la  mafia in salsa romana, questo scrivono i giudici della Dia. Il cui baricentro sarebbe posizionato intorno alle famiglie del clan Casamonica che, partendo negli anni settanta dal recupero crediti per la Banda della Magliana, si sono poi prese una bella fetta di Roma: «da Porta Furba – scrive l’Antimafia – alla Tuscolana, dalla Romanina all’Anagnina, protendendosi sino a Frascati, Grottaferrata e Monte Compatri». Arrivando a costituire la cupola di «una galassia di gruppi criminali» che avrebbero già intaccato anche i quartieri bene della Capitale. Lo scorso 20 dicembre sono arrivate le prime condanne per rito abbreviato nell’ambito del cosiddetto maxi-processo (in cui sono imputati anche esponenti dei Di Silvio e degli Spada). Nelle motivazioni della sentenza il clan viene definito un’associazione di stampo mafioso. Metodo mafioso che è stato riconosciuto anche per i cugini Spada, loro presunto braccio armato ad Ostia, su cui lo scorso settembre si sono abbattute le condanne emesse dalla Corte d’Assise. La sentenza storica però riguarda i rivali nel litorale romano, ossia la famiglia Fasciani. Il 29 novembre la II sezione della Cassazione ha infatti confermato le pene a vari esponenti del clan: è la prima volta, nella storia criminale di Roma, che il 416bis viene riconosciuto con una sentenza passata in giudicato, cioè definitiva. Un elemento fondamentale in comune con le cosche mafiose sono «un’influenza, evocata dalla stessa pronuncia del cognome» e un «controllo del territorio, in certe zone addirittura capillare». E con un «volto violento».

LE MAFIE «TRADIZIONALI»

Sarebbe questa la differenza con le «tradizionali consorterie mafiose», specifica la Dia. Quest’ultime «hanno invece adottato, a fattor comune, metodi operativi che si caratterizzano per il contenimento delle componenti violente», infiltrando il territorio «in modo silente». Su questo fronte, l’organizzazione principale è quella del clan campano dei Senese, dagli anni ’90 «operante prevalentemente nell’area sud-est della capitale, zona Tuscolana-Cinecittà». Le altre famiglie affiliate alla camorra agiscono invece soprattutto «nell’area costiera, sino al litorale pontino». Poi ci sono le cosche calabresi imparentate a quelle originarie del reggino, «capaci di insinuarsi nel tessuto economico della città». Anche Cosa Nostra, soprattutto famiglie provenienti dal catanese, «ha dimostrato di saper ‘fare impresa’». Per completare il quadro criminale della Capitale, citando le operazioni a Montespaccato, «non sono mancate evidenze della presenza della Sacra Corona Unita».  

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