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Uno dei reduci di Auschwitz racconta

Addio ad Alberto Sed, testimone della Shoah

Non sono mai riuscito a prendere in braccio un neonato, nemmeno i miei figli, perché ad Auschwitz i nazisti ci facevano tirare in aria bambini di pochi mesi, divertendosi a ucciderli giocando al tiro al piattello». Questo, il volto del nazismo, raccontato in tante interviste da Alberto Sed, reduce romano della Shoah, che per decenni di queste storie non riuscì a parlare, perché, come testimonia Primo Levi in “Se questo è un uomo”, gli incubi comuni a tutti i deportati erano due: la fame, e il terrore di tornare a casa, raccontare e non essere creduti, e perché, come spiegava Sed stesso: «Le ferite della psiche, come quelle corporali, non vanno toccate, o possono riaprirsi procurando un inutile dolore, ma il mio trauma è tutt’altro che rimosso. Per tutto il tempo è rimasto nel suo cantuccio, la terra di confine che in ciascuno di noi separa i ricordi dalle emozioni». In Alberto Sed, morto all’età di novant’anni sabato 2 novembre a Roma, dove era nato il 7 dicembre del 1928, è impressionante osservare la testimonianza di una vita segnata dalla grande Storia, ma comunque nata, cresciuta, radicata nella piccola storia quotidiana sviluppatasi sul territorio capitolino. «Da ragazzino – racconta – andavo pazzo per il calcio, mi costruivo un pallone come potevo, e mi precipitavo in strada a giocare tutto il tempo coi miei amici, e poi c’era la Roma, la squadra per cui ho tifato da subito, per cui ancora tifo e tiferò sempre». In questa infanzia di bambino romano degli anni 30, nato in una casetta in via Sant’Angelo in Pescheria, nel Portico d’Ottavia, che la madre Enrica fu costretta a portare in orfanotrofio a sette anni insieme alla sorella maggiore dopo la prematura morte del padre Pacifico, la Storia grande irrompe con una violenza tremenda in due date precise: 5 settembre 1938, promulgazione del Regio Decreto per “la difesa della razza nella scuola fascista”, Alberto non può più andare a scuola, non può più giocare a calcio con gli altri ragazzini al campo di Trastevere: «Smisi – per dirla con le sue parole – di essere un bambino, e diventai un ebreo». La seconda data è il 21 marzo del 1944, giorno in cui Alberto, con sua madre e le sue sorelle, venne catturato dalle camicie nere e spedito prima nel campo di transito di Fossoli, e da lì, su un carro bestiame, ad Auschwitz-Birkenau, dove smise proprio di essere Alberto, e divenne A-5491. «Sono stato un numero», commenterà, con una frase divenuta il titolo della sua autobiografia, scritta insieme al carabiniere-scrittore Roberto Riccardi, e pubblicata da Giuntina. In Lager Alberto Sed ci arrivò con la mamma, Enrica Calò, e le tre sorelle, Angelica, Fatina ed Emma. Sua madre e la sorella Emma furono mandate subito alle camere a gas, mentre la sorella maggiore, Angelica, riuscì a sopravvivere quasi fino alla fine della guerra, quando venne coinvolta dai soldati nazisti in un gioco che ogni tanto facevano per divertirsi: la guardarono morire dandola in pasto ai cani. A salvarsi dal campo di sterminio furono soltanto lui e la sorella Fatina, e Alberto tornò a Roma, in seno alla comunità ebraica romana, alla sua vita, alle sue passioni, e gli ci vollero decenni per elaborare il trauma che aveva vissuto, ma ogni tappa del suo percorso di uomo, ogni conquista, ogni piccola gioia quotidiana, divenne per lui il modo per dare la sua silenziosa testimonianza. Il suo matrimonio con la moglie Renata, mancata solo qualche mese fa, le sue tre figlie, i suoi nipoti e bisnipoti: «Sono i frutti del mio albero di vita, che i nazisti tentarono di estirpare». Ma la testimonianza di Sed non si fermò qui, perché dal male della Shoah seppe estrarre un’energia discreta, sobria ma travolgente, con cui girò, fino quasi all’ultimo dei suoi giorni, tutte le scuole d’Italia, per portare ai più giovani il ricordo di quell’esperienza che gli costava tanto rievocare, ripetendo così un’azione che attraversa da millenni l’intera storia del suo popolo, e risale ai tempi remoti in cui, dopo sconfitte, eccidi o esili in terre straniere, i reduci da quelle esperienze radunavano gli altri e dicevano Shemà Israel, ascolta Israele, dando la loro testimonianza diretta di storie che non era possibile dimenticare.

Giacomo Meingati


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