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Un bene comune ‘regalato’

I boss privati dell’acqua minerale pubblica

Sullo scorso numero abbiamo raccontato il frizzante business delle acque  pubbliche gestite e imbottigliate dai privati. Miliardi di metri cubi praticamente regalati dallo Stato alle società “produttrici”. C'è da usare le virgolette perché la “merce” in questo caso è un prodotto della natura già bell'e pronto da mettere in bottiglia, spesso con riconosciute proprietà salutari, certificate dallo Stato stesso. Una materia prima da confezionare così com'è per poi venderla in virtù di apposite concessioni pubbliche in cambio di canoni. O meglio, elemosine che di solito vanno alla Regioni, alle quali la legge gira la competenza in materia. Il Lazio, terzo per numero di concessioni rilasciate, è solo ottavo per canoni incassati...

170 SOCIETÀ, 10 FANNO MAN BASSA
Sono in tutto 170 le società private titolari delle 295 concessioni per estrarre e confezionare l'acqua. Il grosso del business è in mano a 10 gruppi privati, il primo è straniero, che prelevano circa il 70% dell'intero volume emunto in Italia. 
La metà dell'acqua presa da questi 10 colossi si concentra in due soggetti: gruppo Nestlé e gruppo San Benedetto. Quest'ultima è presente nel Lazio con la famosa acqua di Nepi, venduta anche con altro marchio nei discount.  , Rispetto all’intero volume prelevato da tutti i 170 concessionari, Nestlé e San Benedetto complessivamente prelevano oltre un terzo dell’intero volume nazionale. Gli altri maggiori gruppi sono, in ordine di quantità idriche sfruttate: Fonti di Vinadio (la piemontese acqua Sant'Anna che in pochissimi anni ha scalato si è imposta come leader), Lete, Norda, Ferrarelle, Co.Ge.Di. (quelli dell'acqua che fa fare plin plin), Spumador, Società Italiana Acque Minerali, Gruppo Coca Company. 

PRELIEVI ENORMI
In tutto, l’acqua emunta dalle 170 ditte ammonta a 15 miliardi e 875milioni di litri in un anno (dati MEF al 2015). Nella tabella in questa pagina pubblichiamo la classifica dei 10 maggiori gruppi societari del settore attivi in Italia, che hanno preso circa 12 miliardi e 400  milioni di metri cubi d’acqua in un anno. 
I dati qui riportati sono stati resi noti dal Ministero dell'Economia e delle Finanze con il Rapporto tematico sulle concessioni delle acque minerali e termali. Un documento di rara precisione e trasparenza, che fa un'attenta e complessiva radiografia in base ai dati del 2015. Divulgato nei giorni scorsi, è il primo dossier del genere su questo tema, a oltre 90 anni dalla prima legge nazionale in materia (il regio decreto n. 1443 del 1927). 

CANONI IRRISORI
Si tratta di risorse demaniali, cioè gioielli di famiglia dell'intero popolo italiano, non solo quello attuale, ma pure quello che verrà dopo di noi. È lecito e naturale come l'acqua aspettarsi un ritorno per tutti noi, sotto forma di incassi per le istituzioni. Un litro di acqua, in media, costa agli imbottigliatori 1,16 millessimi. Quasi zero. In tutto, rileva il Ministero, “lo sfruttamento delle acque minerali ha generato introiti per le Amministrazioni pubbliche pari a circa 18,4 milioni di euro, che equivalgono allo 0,68 per cento del fatturato annuo del settore, stimato in 2,7 miliardi di euro nel 2015”. Guardando i 10 colossi citati, in vari casi il costo dei canoni rapportato al fatturato è anche più esiguo: 0,34% nel caso di Lete e Spumador, 0,37%  per Ferrarelle, 0,42% per San Benedetto, 0,56% per Nestlé. 
L’obolo sale invece a 0,84% per Fonti di Vinadio, 1,29% per Co.Ge.Di. (Rocchetta e Uliveto), 1,37% per Norda e 1,63% per la Società Italiana Acque Minerali. 

RICAVI FINO AL 31.200% 
Per i 10 gruppi maggiori, la media del ricavo per ogni euro speso in canoni è di 191,35 euro: oltre il 19mila percento! Ancora di più per alcuni.
Lete 312 euro per ogni euro pagato agli Enti pubblici concedenti (cioè il 31.200%); oltre 286 per Spumador; 280,5 per Ferrarelle, oltre 268 euro per Nestlé e più di 222 euro nel caso del gruppo San Benedetto. 

RECORD NEL LAZIO
La nostra regione è terza per numero di concessioni ed ettari concessi, dopo Piemonte e Lombardia. Le concessioni laziali interessano 2.909 ettari circa, tutte rilasciate su istanza di parte anziché con gara pubblica. Stesso andazzo in tutta Italia, con una sola concessione data con procedura ad evidenza pubblica, tra le totali 295 in tutta Italia.
L’Amministrazione regionale del Lazio ha incassato nell'anno della rilevazione ministeriale nemmeno 852mila euro, con canoni da 0,7 a 2,3 millesimi per litro.
La meida nazionale è 1,16.
L'effervescenza statale e regionale nel tartassare i contribuenti svanisce in questo comparto. Senza dimenticare che lo Stato non è in grado di sapere quanta acqua davvero viene prelevata dagli imbottigliatori (vedi riquadro).
Poi dicono che non hanno soldi per sistemare gli acquedotti che nel Lazio ancora perdono in media circa il 70% dei litri immessi. Per la quasi scontata siccità, in arrivo anche questa estate, si continuerà a dire che manca l’acqua e che è tutta colpa della pioggia scarsa. 

Lo Stato non sa quanta acqua prendono davvero
“Le Amministrazioni concedenti non conoscono il quantitativo effettivo di acqua emunta dai concessionari, in quanto la misurazione della portata effettiva non viene praticata per la mancata installazione degli strumenti idonei. […] Il quantitativo effettivo di acqua estratta può essere auto-dichiarato dai concessionari, senza che vi sia un’effettiva attività di controllo da parte dell’amministrazione concedente. In alcuni casi i concessionari, ancorché tenuti all’autodichiarazione, non comunicano periodicamente, come stabilito dai regolamenti regionali, il quantitativo di acqua emunta alle amministrazioni concedenti, le quali mancano di dare seguito agli strumenti di tutela dell’interesse pubblico di cui dispongono (come la revoca della concessione)”. Lo scrive il Dipartimento del Tesoro nel suo 1° Rapporto sulle concessioni delle acque minerali.
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