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Rischi, fatica e concorrenza al ribasso: cos'è la logistica a Santa Palomba

Quello della logistica probabilmente è il comparto che rappresenta il futuro dell'area industriale di Santa Palomba. Negli ultimi anni in un raggio di pochi chilometri decine di capannoni sono spuntati come funghi, e con loro camion colmi di merce che dai container partono alle prime luci dell'alba per rifornire supermercati e aziende di tutto il Lazio. Nei magazzini lavora un turbinio di operai, autisti, uomini di fatica. Per la maggior parte sono stranieri: di solito rumeni, bulgari, indiani e pakistani. Come nel capannone dove, ormai quasi un mese fa, un operaio indiano di appena 20 anni è stato travolto da un carrello elevatore e ha rischiato di perdere una gamba, salvata solo grazie alla caparbietà dei medici di un policlinico romano. Un incidente che ha profondamente scosso i colleghi, molti dei quali non parlano italiano, non hanno idea di cosa sia un sindacato e, per comunicare, si affidano a un “capogruppo” che qualche parola la sa scandire. «Oggi alcune decine di loro si sono iscritti alla Cgil», ci racconta con una punta di orgoglio Stefano D'Andrea, il primo sindacalista che ha messo piede in quel capannone il giorno dell'incidente. «Dopo quel fatto abbiamo avviato dei colloqui con la cooperativa per l'applicazione del contratto del comparto. Devo dire che si sono dimostrati collaborativi».

CONCORRENZA SULLA PELLE DEGLI OPERAI
La rapida espansione di questo settore porta con sé una serie di fenomeni che lo rendono difficile da inquadrare. Uno di questi sta proprio nei contratti che gli operai firmano al momento dell'assunzione. I lavoratori sono praticamente tutti inquadrati nelle cooperative, che vivono e prosperano in un regime legale a se stante: non solo possono regolare una serie di ambiti chiave della vita lavorativa tramite regolamenti interni (ad esempio la malattia, i termini di pagamento, i rinnovi dei contratti a tempo determinato), ma non c'è nemmeno un unico contratto di settore a cui fare riferimento per assumere gli operai. Quelli in uso sono due e uno (quello solitamente preferito durante le gare d'appalto) prevede un trattamento retributivo inferiore di circa 300-400 euro. Secondo la Cgil, che insieme a Cisl e Uil promuove l'altro tipo di contrattazione, si tratta di una sorta di concorrenza sleale interna di cui solitamente i lavoratori non sono consapevoli.

LA PREISTORIA SINDACALE
Seppure con colpevole ritardo, il lavoro che i sindacalisti stanno facendo nel nostro territorio è proprio quello di prendere contatto con gli operai per informarli che potrebbero ottenere condizioni contrattuali migliori. «Abbiamo fatto corsi di formazione organizzati dal sindacato, abbiamo imparato a leggere la busta paga e ora sappiamo quali sono i nostri diritti», spiega un operaio rumeno di una cooperativa che lavora a Santa Palomba. Ci racconta che era tra quei lavoratori che ormai più di due anni fa si sono messi in mezzo alla strada a fermare i camion, chiedendo condizioni lavorative migliori. Loro ci sono riusciti, ma tanti colleghi di altri stabilimenti ancora sono molto indietro. Ad esempio possono ancora essere lasciati a casa da un giorno all'altro, per mesi, senza lavorare e senza essere pagati. Si chiama “sospensione non retribuita”. «Spesso – spiega D'Andrea – per certe cooperative diventa un modo per mettere alle strette i lavoratori più battaglieri, e di solito ci riescono».

IL REFERENDUM
Uno dei due quesiti del referendum proposto dalla Cgil riguarda le gare d'appalto, e ha molto a che vedere con le cooperative di cui parliamo. «Quando cambiano gli appalti – spiega Stefano D'Andrea – non c'è nessuna clausola che imponga alla nuova cooperativa di assorbire gli operai già impiegati in quello stabilimento». In poche parole, oggi non esiste la cosiddetta clausola sociale, che eviterebbe che i lavoratori possano essere mandati a casa da un giorno all'altro. «Perché gli conviene assumere noi? – commenta un altro operaio – Perché siamo veloci, siamo abituati a quel tipo di mansione, gli faremmo risparmiare tempo e denaro». E allora perché non riprenderli? «Perché applicare la clausola sociale significa anche dover garantire lo stesso trattamento contrattuale», spiega con semplicità il sindacalista della Cgil. Insomma, alla fine non conviene. «Ma il referendum potrebbe cambiare le cose – aggiunge – peccato che nessuno ne parli».



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